EDITO

Il teatro come luogo

per raccogliere le fonti

La storia è impazzita e la velocità con cui viaggia questa pazzia è imprevedibile.
Viene il dubbio però che il carisma muscolare dei tiranni sia piuttosto strategia politica che alimenta un fenomeno collettivo e coscientemente costruisce un atlante dell’odio, una realtà-spettacolo polarizzata e semplificata.

Il teatro sembra, insieme a pochi altri sopravvissuti, essere diventato il luogo in cui raccogliere le fonti, in cui mostrare la realtà, nonostante dovrebbe essere il luogo della sua antitesi.

Davanti a noi una mappa dei conflitti, delle tensioni sociali e delle emozioni estreme che attraversano la società. Le arti performative esplorano i territori dell’odio contemporaneo. Le performance diventano quindi strumenti di cartografia emotiva ma nello stesso tempo “dato allo stato puro”, capaci di mostrare dove e come l’odio si manifesta.

Non si tratta più solo di raccontare, di profetare, ma di raccogliere per archiviare.

È tutto sotto i nostri occhi, ma i dati sono nelle mani dei signori degli algoritmi, dei Truth e dei Twitter, dell’IA e dei suoi spot da riviere del lusso che nascondono le macerie.
Non si tratta di aspettare la tempesta, siamo nella tempesta.

Il nostro atlante vuole quindi essere geografia fisica ed emotiva e i corpi degli artisti, dato, memoria, verità. Archivio dell’ostilità. Geografia della rabbia. Topografia del conflitto. La narrazione non basta, serve usare un’altra grammatica.

Questo atlante pretende oggettività. È una raccolta situata, parziale, incarnata. Ogni opera è un punto, una coordinata, una traccia che si inscrive su una mappa.

Lo spettatore non è più solo spettatore, ma testimone.

Nell’atlante dell’odio si ergono muri, noi con queste pratiche tentiamo di renderli visibili, di mapparne le superfici. Non per abbatterli con un gesto retorico, ma per capire come sono fatti, da cosa sono alimentati, e quale parte di noi li sostiene.

Paola Tripoli
Direttrice artistica FIT

Tracce che lasciano significati

Ogni istituzione culturale è chiamata a interrogarsi sul proprio tempo. Ma ci sono momenti in cui questo compito diventa ancora più urgente: quando la storia accelera, quando la realtà sembra consumarsi prima ancora di essere compresa, quando il presente rischia di non lasciare traccia se non quella prodotta dalle piattaforme che lo governano.

È anche per questo che la collaborazione tra il LAC e il FIT ha assunto negli anni un valore sempre più profondo. Non si tratta soltanto di condividere artisti, progetti o spazi, ma di costruire insieme un luogo di osservazione critica, dove le arti performative possano continuare a produrre conoscenza, memoria e immaginazione.

Guardo con particolare interesse al programma che attraversa questa edizione del FIT perché non considera l’archivio come un gesto retrospettivo, ma come uno strumento per leggere il presente. L’archivio non è per noi il deposito di ciò che è stato, ma uno spazio vivo, capace di mettere in relazione passato e presente, eredità e trasformazione. È una pratica di responsabilità verso ciò che scegliamo di conservare e, allo stesso tempo, verso ciò che decidiamo di interrogare.

Questa edizione costruisce un patrimonio di testimonianze che osservano il conflitto, la violenza, la resistenza e la cura non come semplice narrazione ma come atto artistico che lascia una traccia, un documento. Perché custodire la memoria non significa proteggerla dal tempo, ma renderla disponibile al futuro.

Carmelo Rifici
Direttore artistico arti performative LAC