Questione di sguardi #editoriale

Come guardare uno spettacolo con occhio critico? Da questa curiosità nasce il giornale cartaceo iTEENcritic e il blog che trovate in questa pagina. Una finestra aperta sul FIT – Festival Internazionale del Teatro e della scena contemporanea per raccontarvi attraverso il nostro sguardo ciò che abbiamo visto, percepito e analizzato sul palco di Lugano. In queste pagine troverete tre diversi punti di vista: quello del pubblico in Voci in foyer, quello degli artisti in Dietro le quinte e quello della giuria (i membri della redazione) in Sguardi critici. Differenti percorsi ci hanno portati qui ma ad accomunarci è stata la passione per il teatro e il desiderio di conoscere ed esplorare i linguaggi teatrali in continua trasformazione. Per raggiungere la meta abbiamo affinato la nostra capacità di osservare e di porre domande (anche a noi stessi) e ci siamo allenati a riportare pensieri ed emozioni su carta. Non è stato facile rispettare il numero di battute, le scadenze ravvicinate e i tagli, a volte drastici, dell’editing. Lavorare in una redazione ci ha però permesso di esprimere le nostre idee e divergenze, mettendoci in discussione in uno spazio dedicato al confronto. Speriamo di avervi contagiato con il nostro entusiasmo e…ci vediamo in platea. Nel frattempo buona lettura!

La redazione

 

Progetto a cura di: Stratagemmi – Prospettive Teatrali e Fit – Festival Internazione del Teatro e della scena contemporanea
Coordinamento progetto: Camilla Lietti e Monica Muraca
Coordinamento redazionale: Alessandra Cioccarelli, Maddalena Giovannelli, Camilla Lietti, Francesca Serrazanetti
In redazione: Amani El Sangedy, Seraina Emery, Chiara Gallo,  Elia Jacop, Anita Manzolini, Daiana Saxer Nova

 

Il traguardo dell’attesa #sguardicritici

Con uno sguardo curioso e un tono divertente, Claudio Milani porta gli spettatori, grandi e piccoli, nel semplice ed essenziale mondo dei bambini. La storia dello spettacolo Racconto alla rovescia comincia con un incontro: nel giorno del suo compleanno Arturo riceve la visita della Morte. Questa offre al bambino sei scatole di varie dimensioni, da cui estrae i sei conti alla rovescia che hanno segnato l’esistenza di Arturo, come la nascita, durata ben nove mesi. L’attore riesce quindi a trasmettere al giovane pubblico concetti importanti e complessi ma ridimensionandoli e addolcendoli grazie all’utilizzo di una simbologia fantasiosa ma chiara. Attraverso l’ingegnoso uso della luce e le numerose coreografie tecnologiche ideate da Claudio Milani e dai suoi collaboratori, i bambini percepiscono, ad esempio, che la vita esiste grazie all’intreccio dei genitori, due singoli fili, alla cui unione si aggiungono quelle di coloro che ci vogliono bene, poiché ogni “gomitolo/individuo” è frutto dell’amore che gli viene dato. Questo commovente conto alla rovescia accomuna tutti i presenti in platea, ed è il primo dei tanti di cui Arturo si rammenterà grazie alla Morte, leggera presenza e fiabesca regina dell’attesa.
L’abbattimento della quarta parete permette, oltre agli effetti speciali, di mantenere costantemente viva l’attenzione della fremente e giovanissima platea, con la quale l’attore interagisce, permettendo agli spettatori di intervenire coralmente.
Ma perché la Morte regala racconti alla rovescia al protagonista? Spesso si è tormentati in previsione degli eventi futuri, finendo per non godersi veramente l’attesa concessa. Avanzare, vivere appieno, raccontarsi, significa partire da zero e scandire tutti i numeri, uno dietro l’altro, senza sapere quale di essi sarà l’ultimo. Perché sì, anche le sorprese hanno un conto alla rovescia, semplicemente non si sa bene quando questo inizi.

_Chiara Gallo

RACCONTO ALLA ROVESCIA di Momom/Claudio Milani

Hai imparato a contare? #dietrolequinte

Intervista a Claudio Milani

Come si costruisce uno spettacolo dedicato ai bambini?

“Inizio sempre da un’immagine e nello stesso momento arriva anche un’idea di come poterla trasmettere. Ad esempio, l’immagine del palloncino rosso in movimento, che non si lega direttamente allo spettacolo ma diventa l’immagine simbolo del desiderio di accettazione.”

Su quali temi vuole far riflettere questo spettacolo?

“Sul fatto che si vive nell’attesa e che, appena finisce un conto alla rovescia, ne inizia subito un altro. Dunque il valore che delle tappe che portano a un traguardo: il protagonista arriva a delle conquiste, comuni ad ogni persona.”

Come hai trovato un simbolo semplice per un concetto complicato come la nascita di Arturo?

“Non era mia intenzione rappresentare le corde come DNA, ma ogni spettatore può cogliere sfumature diverse in base alla sua sensibilità. La mia idea era piuttosto quella di rappresentare diverse tipologie di famiglie perché non è importante tanto il corredo genetico quanto più le persone che lo circondano.”

Com’è nata l’idea delle lucciole?

“Ho fatto un viaggio in Italia e una notte mi sono trovato in un prato pieno di lucciole. Il momento mi ha talmente colpito da inserirlo in questo spettacolo tramite tecnologie ed effetti speciali da me creati.”

Perché il bambino apre i regali della Morte prima della fine?

“Perché vuole insegnarci a godere la fine prima di arrivarci, dunque è meglio aprire i regali man mano che il tempo avanza. Mentre la Morte inizia ad andarsene, il bambino gli chiede quando tornerà, lei gli risponde di iniziare a contare. Questo rappresenta un’inversione, perché smette di contare alla rovescia. A volte e bello pensare che ci sia una fine e altre volte che non ci sia.”

_Daiana Saxer Nova

RACCONTO ALLA ROVESCIA di Momom/Claudio Milani

L’universo, il riflesso del genere umano #sguardicritici

Across the Universe è uno spettacolo articolato in tanti brevi sketch, che si sviluppano tra giochi di luce e giochi sonori tenendo il pubblico con il fiato sospeso e trasportandolo, da un quadro all’altro, in un sorprendente percorso alla scoperta della vastità dell’universo e della sua enigmaticità.

Non solo una spedizione condotta da astronauti e corridori intergalattici lungo rotte infinite, ma anche un viaggio nella quotidianità dell’uomo comune che mette in luce quanto esso sia in stretta relazione e incredibilmente somigliante allo sterminato mondo oltre la terra e la conoscenza. Immensi e potenzialmente infiniti sono i temi trattati, ma mai vengono meno ironia e leggerezza. Tuttavia non manca una critica alla società contemporanea e forse al futuro destino dell’uomo.

L’esistenza umana è effimera a confronto dell’infinità dell’universo, eppure si passa il poco tempo che si ha a disposizione a voler dare un senso alla vita, senza però riuscire a viverla a pieno. Un messaggio che emerge in particolare in apertura e in chiusura dello spettacolo, quasi fosse un vincolo che ci blocca all’interno di una realtà finita.

_Amani El Sangedy

ACROSS THE UNIVERSE di Teatro delle Briciole

Oltre lo spazio-tempo #dietrolequinte

Intervista agli attori

Nel vostro spettacolo emerge chiaramente una stretta relazione tra la vita quotidiana e l’universo. Ma come trattate il tema del tempo?

Daniele Bonaiuti: “Il tempo per noi non è fondamentale: lo spettacolo tratta diversi aspetti dell’universo in ogni sketch, ambientato in uno spazio e in un tempo differenti. È lo spettatore a scegliere se i protagonisti siano gli stessi nella stessa dimensione o in dimensioni differenti, oppure se siano addirittura personaggi diversi da scena a scena.”

Una parte della nostra giuria ha assisto allo spettacolo dal vivo mentre un’altra tramite un video. Ci sono state delle differenze significative?

D.B. : “Forse, l’arrivo e lo spostamento del meteorite ha un effetto meno forte: probabilmente la sua caduta sulla scena e i suoi movimenti celesti sono più stupefacenti dal vivo. Anche la scena in cui scriviamo sul cellulare è meno efficace nel video, perché mancano i sottotitoli. Tuttavia non dovrebbero esserci cambiamenti sostanziali.”

_Daiana Saxer Nova

ACROSS THE UNIVERSE di Teatro delle Briciole

Crescere e resistere #dietrolequinte

Intervista agli artisti

Com’è nata la compagnia Gatto Vaccino Teatro?

La compagnia è nata pochi anni fa come conseguenza alla creazione dello spettacolo Niña due passi nell’adolescenza. Ci conosciamo però sin dall’adolescenza, seppur i diversi percorsi intrapresi ci abbiano separato per svariato tempo. Ci siamo ritrovati poi casualmente, con la stessa voglia di raccontare in scena un’adolescenza dolorosa, quello che eravamo e quello che siamo diventati. Tutto ciò è diventato il cuore pulsante di Niña.

Se vi dico “adolescenti e teatro” a cosa pensate?

A nostro parere “l’adolescente” è un pubblico spesso trascurato nel teatro. Lavorando con molti ragazzi nei laboratori scolastici ci siamo resi conto che si fatica a trovare giovani che siano interessati allo spettacolo. Con la voglia di capirne la ragione e il desiderio di dar voce a chi crediamo molte volte non ne abbia a sufficienza, ci siamo buttati nel teatro giovanile.

Come mai la scelta di un argomento tanto delicato come l’adolescenza?

La scelta nasce da una necessità, quella di capire molte cose di quel periodo che fino ad ora non comprendevamo e che continuavano a tornarci alla mente nel tempo. Nasce dalla voglia di dare un senso a un periodo estremamente caotico.

In che modo guardate al vostro spettacolo?

Un vortice di emozione, un foglio bianco, fragile ma resistente, che può tagliare, far male e che, allo stesso tempo, ti offre mille possibilità, anche quella di sbagliare.

_Amani El Sangedy

NIÑA due passi nell’adolescenza di Gatto Vaccino Teatro

 

Danzando nei ricordi #sguardicritici

Due luoghi, due attimi, una storia. Si potrebbe riassumere così Cut della compagnia Philippe Saire. Ed è proprio un taglio, o forse una ferita, ciò attorno a cui ruota la narrazione dello spettacolo. Gli spettatori sono infatti divisi in due gruppi che assistono a due parti diverse della stessa rappresentazione.

Durante la prima metà dello spettacolo si ha una sensazione di confusione e curiosità per i rumori e la musica provenienti da dietro il telone nero (dove si trova l’altro palcoscenico). Dopo l’intervallo i due gruppi del pubblico si invertono per scoprire l’altro lato della storia, e solo a quel punto si iniziano a collegare i pezzi del puzzle narrativo. Sia dalle musiche sia dagli sguardi degli artisti si può percepire in sottofondo una sensazione di disturbo e di tensione.

Da una parte del palco troviamo come unico elemento di scena semplici scatole che, nell’arco dello spettacolo, mutano il loro significato: da muro invalicabile a ricordi del performer. Memorie che fanno trasparire il dolore e gli sforzi per tenere insieme quello che rimane di un Paese ormai sconvolto dagli scontri. Dall’altra parte troviamo invece il ricordo di una nazione dove la gente era felice e unita, tra balli e risate. Il telo che divide la scena non impedisce ai performer della compagnia Philippe Saire di sfondare il muro che divide la realtà dalla mente del protagonista: sono proprio le evoluzioni dei loro movimenti a condurre quest’ultimo ad accettare la realtà, e allo stesso tempo a trascinarlo nella falsità dei ricordi. È questa la magia di tale triste storia, che trasforma il teatro in un luogo senza tempo in grado di toccarti nel profondo.

E anche se non tutto è chiaro all’uscita dal teatro, come quando ti svegli da un sogno, resta qualcosa di indelebile, che sia un ricordo, un’emozione, o una semplice domanda.

_Elia Jacop

CUT di Cie Philippe Saire

Dentro e fuori dal personaggio #dietrolequinte

Intervista agli attori

Da dove nasce l’idea dello spettacolo?

Stefano Bresciani: “Ci siamo lasciati suggestionare dal racconto Matite dello scrittore turco Yashar Kemal, su cui volevo da tempo lavorare con la compagnia Teatro Pan. La storia originale però finiva molto male e questo ci ha spronato a utilizzare una metodologia di lavoro che alleggerisse il tema fondamentale, la vergogna.”

Questo tema colpisce soprattutto noi adolescenti, voi come vivete il muro della vergogna?

S.: “Per noi attori è anche più facile, perché? Il nostro lavoro ci aiuta! Sulla scena non ho timidezze, però nella vita qualche vergogna ce l’ho, perché si mantiene sempre qualcosa di intimo. Il nostro lavoro è una terapia naturale, ti spogli di tutto quello che hai, e talvolta metti anche la tua intimità a disposizione dei personaggi che interpreti.”

Cinzia Morandi: “Riuscire a tirar fuori quello che hai dentro e dargli un nome è già metà soluzione del problema. Poi spesso succede che le cose che dici si rivelino comuni agli altri. Se hai il coraggio di metterle sul piatto ti accorgi di non essere l’unico, anzi.”

Come si reagisce quando il pubblico (giovane) disturba?

S.: “Fa parte della sfida, è da 35 anni che faccio teatro-ragazzi, può capitare. In un certo senso il palco è un luogo privilegiato, dove gli attori possono dire e fare molte cose; talvolta questo atteggiamento di disturbo è dovuto al fatto che un pubblico giovane, non sempre abituato ad andare a teatro, appena la luce si spegne, vuole diventare protagonista.”

Il personaggio femminile ha un temperamento incostante, com’è stato lavorarci?

C.: “All’inizio non è stato facile perché non riuscivo a capire il percorso del personaggio: riesce a passare da arrabbiatura a scioltezza in pochi istanti. Roberto Abbiati (il regista) lavora in una modalità molto particolare e, da dentro il lavoro, non era sempre tutto chiaro. A furia di rifarlo ho cominciato a capire: è come guardare dei pezzi di un puzzle e alla fine, con pazienza, capisci come incastrarli.”

Il vestito femminile rispecchia pienamente lo spettacolo, è stato d’aiuto?

C.: “All’inizio quando mi dicevano ‘apri il cappotto e balla’ non realizzavo il significato di questa azione, poi rivedendomi in video mi sono accorta che il gesto arrivava in maniera molto forte e che comunicava al pubblico le sfaccettature del personaggio.”

_Anita Manzolini 

MATITE di Teatro Pan
foto di Daniela Banfi

Come una matita sulla pelle #sguardicritici

Ci sono un meccanico di biciclette e una signora vestita di nero accompagnata sempre da pacchi e valigie. Da un lato c’è un uomo che appare come una presenza superiore, qualcuno che conosce la verità su tutto; dall’altro una donna che ha semplicemente bisogno di ascoltare ma anche di aprirsi e che, sebbene con qualche difficoltà, riesce a farsi guidare nell’abbattimento del muro della vergogna, tema principale dello spettacolo. L’argomento viene proposto tramite lo scambio di battute non solo tra i due personaggi, ma anche attraverso il contatto diretto con il pubblico.
La vergogna, un’emozione che ha reso l’ora piena: piena di riflessioni su questo tema, piena di poesia, piena di storie da cui apprendere. Certo, ci si ritrova con molti dubbi, molti pensieri accompagnati dal bisogno di essere analizzati e compresi fino in fondo. Ma si può desiderare di più da uno spettacolo? La bellezza di concedersi del tempo per appagare questo bisogno. Sia le luci sia lo scenario contribuiscono a creare un luogo molto magico, un luogo che diventa anche intimo, che ti fa sentire semplicemente come all’interno della tua pelle.
In questo spettacolo anche il vestito di scena ha un significato particolarmente importante: il personaggio femminile indossa un cappotto molto scuro che all’interno racchiude però un’immensa quantità di colori e follia, custodendo semplicemente il cuore della storia.
Insomma, una storia che tocca un tasto molto sensibile all’interno di chiunque, soprattutto di chi, come me, si trova nell’età dell’adolescenza: un tasto che viene premuto esattamente come viene premuta una matita su un foglio per scrivere una bellissima poesia.

_Anita Manzolini

MATITE di Teatro Pan
foto di Michou Manzolini

Minimalismo ipnotico #sguardicritici

Luce fredda e pallida. Quattro danzatrici entrano una ad una per disporsi in riga dando le spalle al pubblico. Inizia così lo spettacolo Rosas danst Rosas, coreografato nel 1982 da Anne Teresa De Keersmaeker. La musica s’interrompe, le interpreti crollano a terra. Entrano in un sonno tormentato descritto da movimenti strascicati e scandito unicamente dal suono del loro respiro e continuo voltarsi, sussultare e accasciarsi sulla scena. Rapita sino all’ipnosi, la sala entra in uno stato d’angoscia.

“È tutto così?” commenta qualcuno. Quasi per risposta una performer si sveglia, segnando il termine del frenetico dormiveglia per dirigersi verso il fondale e disporre nello spazio quattro gruppi di sedie, dove lei e le sue compagne calzano le scarpe e sostano esauste. La musica si fa metallica, simile al ticchettio di un orologio combinato a rumori meccanici, che porta le interpreti a eseguire una sequenza di movimenti quotidiani e minimali, secchi, dettati da un monotono lavoro di produzione.

Terminati i loro doveri, le performer dispongono le sedie in riga per danzarci davanti. Una di esse si avvicina lentamente al pubblico sistemandosi la camicetta grigia con un’aria sempre più compiaciuta, illudendolo di affermare la propria singolarità mentre oscilla esattamente come le sue compagne, reintegrandosi poi alla massa da cui un’altra si separa per eseguire la stessa sequenza di illusoria unicità. La luce è calda, illumina tutta la scena.

Nell’ultima sequenza le interpreti formano intrecci lineari, rigidi, totalitari, in contrapposizione ai movimenti fluidi e morbidi. Pian piano rompono gli schemi, si muovono sul palco in cerchio e piroettano serene, complici e soddisfatte. L’armonia estasia il pubblico che oramai ha perduto la nozione del tempo e si meraviglia via via che il ritmo aumenta. Giunta al culmine, la musica s’arresta. La luce è di nuovo pallida e fredda. Un’interprete crolla. Buio.

Un pensiero comune aleggia: sublime.

_Chiara Gallo

ROSAS DANST ROSAS di Anne Teresa De Keersmaeker